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Soldati Americani in Afghanistan:

incubo Viet-Nam

WASHINGTON - Dal continente degli incubi americani, dalle valli di quelle montagne dove ogni superpotenza lasciò l'illusione della propria superiorità morale e materiale, si riapre per gli Stati Uniti la trappola antica di Davide e Golia, il paradosso del gigante che non può sconfiggere la pulce. Sugli schermi televisivi di un'America attonita, alla quale per mesi erano state raccontate fiabe edificanti di donne liberate e di bambini con gli aquiloni, tornano invece a scorrere i nomi di boys americani uccisi e le parole già sentite altre volte nella storia americana."Finché sarò presidente, pagheremo ogni prezzo per difendere la libertà dell'America", ha ripetuto Bush nel giorno che vede nove soldati morti e quaranta feriti nella trappola della battaglia di Gardez contro i resti, evidentemente ancora tosti, dei Taliban e di Al Qaeda. E' un piccolo Vietnam? "Siamo soltanto all'inizio - ammette Bush - il difficile deve ancora venire". Piangiamo, dunque, e continuiamo a combattere ancora più duro, perché "siamo liberatori e non conquistatori" è la risposta del presidente americano alle prime ansie di una nazione che credeva di avere già vinto, una risposta sentita in passato. Nella gelida contabilità dei generali, otto morti lunedì, più un altro caduto domenica, su circa 5000 mila soldati schierati sul fronte afgano, sono "perdite accettabili" e pazienza se per le loro famiglie non sono accettabili affatto.Siamo ancora molto lontani dal panico, dall'angoscia, dall'agitazione delle piazze, perché il ricordo dell'11 settembre e la paura ancora reggono il consenso e l'esercito americano non è più quello di coscritti che era nel 1968. E' formato esclusivamente da professionisti volontari, ma neppure loro sono carne da cannone, e davanti a Bush si sta spalancando la classica trappola di queste guerre troppo diseguali per essere misurate con i criteri delle battaglie classiche: se non aumenta le proprie truppe, non può vincere. Ma se le aumenta, cresce il numero delle vittime e vacilla il fronte interno. E qui si spalanca la botola del "pagheremo ogni prezzo". Il peso politico di questo week-end durissimo è nella dimostrazione che la propaganda non può nascondere che, come scriveva il New York Times, "soltanto Kabul è sotto il controllo della coalizione", mentre nel resto del disgraziato Afghanistan, regna ancora il Wild Wild West di bande armate, Taliban, terroristi arabi, che il posticcio esercito regolare del presidente Karzai non riesce a controllare. Da questa constatazione, che ci riporta ai drammi della sempre tentata e mai riuscita "vietnamizzazione", è nata la scelta di impegnare massicciamente e in prima persona reparti regolari americani, in un assalto ai ridotti nemici tra le Montagne Bianche, per strangolarli in un'operazione fantasiosamente battezzata "Operazione Anaconda". Quello che Washington non voleva fare, essere risucchiato al fronte, sta accadendo. Le truppe coloniali afgane non ce la fanno. E' stata la prova evidente che non soltanto la guerra non è vinta, ma sta "escalando" e nuove unità, altri soldati, altri mezzi sono già in viaggio per il fronte. L'operazione di polizia sta diventando una guerra vera e la trappola del paradosso si spalanca: più soldati combattono, più forti sono le probabilità di perdere politicamente la guerra. "Non possiamo neppure dire che questa sia l[b4]ultima resistenza dei Taliban" ammette ancora Rumsfeld e la superiorità tecnologica non serve a nulla quando la battaglia è tanto asimmetrica. L'Afghanistan non è il deserto d'Arabia dove i sensori captavano a grande distanza la presenza di nemici. L'Afghanistan è l'equivalente naturale dei vicoli di Mogadiscio, dove i guerriglieri di Adid abbatterono, nascosti dalle casupole come oggi sono nascosti tra le grotte, quel famoso elicottero Black Hawk ora divenuto un film. Nessuno, non certo Bush, aveva mai detto che la vittoria sarebbe stata facile o incruenta. Ma tutti ci avevano assicurato che l'intervento in Afghanistan non sarebbe stato né una Normandia, per numero di uomini, né un Vietnam, per risucchio di vite umane e che tutto si sarebbe ridotto a qualche tele bomba, a nugoli di Cruise e aerei robot, a drappelli di forze speciali. Invece, ci sono già 65 mila soldati americani nel "teatro afgano" dice il comandante Franks, almeno 5.000 al fronte e altri sono in arrivo. E' il classico Mission Creep di memoria vietnamita, la missione strisciante e zigzagante senza un chiaro e ben definito obbiettivo che militari e politici, Colin Powell per primo, avevano giurato di non ripetere più e stanno ripetendo. Sempre meno chiaro è che cosa sia "la vittoria", quando la proclameranno, quando si ritireranno e l[b4]opposizione interna, che fiuta il vento, comincia a fare domande. E' necessario catturare Osama o almeno il chierico fanatico, Omar? Si deve pacificare tutta la regione? Si devono estirpare tutti i terroristi al mondo, soltanto qualcuno, abbattere Saddam Hussein, battersi nelle Filippine, nello Yemen, nella valli dei Caucaso in Georgia, come sta avvenendo? "How do we define victory?" chiedono i parlamentari americani e sempre pi giornali, come definiremo la vittoria? "Non possiamo combattere tutti dappertutto" avverte Kissinger in un articolo. E certamente i generali americani non potranno attaccare l'Iraq prima di essersi districati dall'Afghanistan dove stanno impantanandosi. Kabul non è Saigon, certamente. Ma neppure il Vietnam sembrava il Vietnam, all' inizio.

(Tratto dalla "Repubblica" del 5 Marzo)

 

 

 

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